15 May, 2010

Nigerian mafia decapitated in Italy

 Total of 400 years  (in jail)  for  36 Nigerians  who were  guilty of being members of two waring  Nigerian 'mafia' groups;   Black Axe and  the Eiye  who staryed operating in Italy.
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Torino, decapitata la mafia nigeriana: condanne per 36 stranieri

Pubblicato il 13 Maggio 2010 da supmod2.
Torino, decapitata la mafia nigeriana: condanne per 36 stranieri La mafia nigeriana esiste e ha operato per anni in Italia, a Torino. Lo ha stabilito ieri mattina il tribunale del capoluogo piemontese, che ha riconosciuto l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso che la procura subalpina aveva contestato ai 36 imputati finiti a giudizio perché appartenenti ai due clan rivali dei Black Axe e degli Eiye. Il giudice Walter Maccario ha condannato i 36 affiliati ai due clan a pene comprese tra un minimo di quattro mesi di carcere e un massimo 14 anni e due mesi di reclusione, per un totale di quasi 400 anni di galera. La pena più alta è stata inflitta Joseph O., uno dei capi-mafia più noti in città. A sostenere l’accusa in aula c’erano i pubblici ministeri Enrica Gabetta e Sandro Ausiello.
Quello che si è concluso ieri a Torino è stato il più grosso processo celebrato in Italia nei confronti di una mafia straniera. La mafia è quella nigeriana, i soldati armati quelli appartenenti ai due clan rivali dei Black Axe e degli Eiye. 



Le vittime, soggette a torture e violenze indescrivibili, sono nigeriani onesti che di quei clan non volevano far parte. Come il giovane straniero che al giudice Walter Maccario e al pubblico ministero Enrica Gabetta aveva raccontato di essere stato evirato in strada per aver risposto di “no” a chi gli chiedeva di schierarsi con uno dei due gruppi in guerra per il controllo dello spaccio e della prostituzione in città. I soldati Black Axe e i militanti Eiye erano stati arruolati nei rispettivi eserciti ai tempi dei corsi universitari frequentati a Benin City. Cominciarono a “farsi la guerra” in patria, poi trasferirono la lotta sulle strade delle nostre città. Su quelle di Torino, in particolare. Finché non finirono in manette tutti quanti nel maggio di cinque anni fa.
 

Nella chiusura indagini notificata a tutti gli indagati, i pm Gabetta e Ausiello avevano scritto che «lo scopo dei Black Axe e degli Eiye è quello di conquistare una assoluta supremazia sui propri connazionali al fine di ottenerne la sudditanza». Il che si traduceva nel pianificare tutta una serie di azioni che producessero denaro da inviare in Nigeria: spaccio di droga, riduzione in schiavitù delle connazionali, truffe basate sulla falsificazione di denaro, falsificazione di documenti. Un autentico piano di battaglia capace, oggi, di spiegare i numerosi episodi di violenza che durante l’estate del 2005 ebbero per protagonisti un numero altissimo di nigeriani.
Durante il processo sono stati ascoltati in aula centinaia di testimoni, quasi tutti vittime della guerra tra i due clan mafiosi. Testimonianze crude, terribili. Come questa: «Un mio connazionale, un uomo che io non conoscevo ma che abitava nel mio stesso palazzo, a un certo punto ha deciso di rivolgermi la parola. Mi ripeteva che ero un “momu”, un uomo senza palle, un uomo che non è un vero uomo. Cercava di arruolarmi, tentava di convincermi che dovevo entrare a far parte di un gruppo, del gruppo che lui e altri come lui chiamavano e chiamano Eiye. Io ho ignorato quei tentativi di approccio, me ne sono fregato. Una sera mi trovavo in un locale, a un certo punto si è avvicinato un uomo e mi ha detto che dovevo uscire in strada, che dovevo seguirlo, andare con lui perché qualcuno voleva parlarmi. Quando sono uscito erano lì che mi aspettavano, erano in tanti. Mi hanno circondato, hanno cominciato a picchiare. Hanno tirato fuori le asce, mi hanno colpito ovunque, in tutto il corpo. Ho ferite sulle braccia, sulle gambe, sul petto e sulla schiena. La conseguenza terribile di quell’aggressione è che non potrò più avere figli, quegli uomini mi hanno strappato via il pene e un testicolo»
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Giovanni Falconieri
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